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giovedì 23 giugno 2016

Ottant'anni: La belle époque della vita



Introduzione    
     

     Ho scritto questi racconti all’insegna dell’arte fattuale che ho così definito: “è la manifestazione e/o attribuzione di un pensiero artistico cioè espressivo ad un oggetto o a un fatto di per sé puramente funzionali”. Sento già le osservazioni più o meno sorprese o anche offese, di chi leggerà il mio raccontare di fatti che sono avvenuti in epoche e modi molto diversi dalla realtà, di personaggi che sono vissuti in epoche distanti anche centinaia d’anni, che non si sono mai incontrati tra di loro né con me. 
      Questo modo di attualizzare fatti e personaggi, di portare tutto in primo piano, mi è servito per comunicare soprattutto le mie personali idee, anche quando ho cercato di interpretare le loro. Invoco, a mia scusa, la fantasia, figlia sfrenata della libertà. Per rispetto alla storia di ognuno, dico chiaramente che molto di quanto ho descritto non è vero, ma mi sia consentito pensare che possa essere almeno verosimile. 

A.S.



Antonio Sartoris, Ottant'anni: la belle époque della vita, Edizioni Fondazione Casa Delfino, Cuneo, 2012



Per la lettura dei racconti, cliccare sui link:

Un quadro, forse una vita



 
      Giunta ad 88 anni di età,  Lidia Biancotto ved. Spada uscì dalla cucina della “Trattoria dello Zuavo” e decise di voler vivere la “sua” vita. Si rendeva conto che l’aveva già vissuta giorno per giorno, per tanti anni, ma non come voleva Lei. Fece un quadro[1], uscì dalla vita vissuta ed entrò in quella del quadro. Non un quadro come ne aveva dipinti tanti raffiguranti donne ed uomini che aveva incontrato anche lì allo “Zuavo”, un quadro dei suoi desideri irrealizzati ed ora Lei non c’è più, ma il quadro è lì a farsi guardare da tutti ed io lo vedo così. 
      Andiamo da sinistra a destra come si legge un libro. C’è Lidia seduta ad un tavolo d’osteria, sotto una topia[2]: forse quella della Trattoria degli Angeli dove si fermava la filovia. Con il suo vestito più bello di plissé azzurro ed un bel boa di piume di struzzo è di fronte ad un bel gadan[3]. Che cosa dicevano gli uomini dell’Ottocento avvicinandosi ad una donna: “ma lo sa tota che lei è proprio carina... la posso invitare ad un ballo?”.
      E Lidia danza tra la gente. C’è lo studentello timido e c’è il marpione che stringe. Sullo sfondo vecchia coppia scolorita dalla vita e in primo piano il professore scapolone che veniva tutti i giorni a mangiar bene ed a prezzo fisso. Lo saluta il geometra suo allievo che ha fatto fortuna nell’edilizia. Cosa si suonava a Cuneo alla fine dell’‘800? Ma le polche e le mazurche del M°Paolo Tarditi: lui al pianoforte con il M°Oscar Chiocchio primo violino e quello di spalla di sua moglie Eulalia. 
       Uno sguardo da noi e Lidia è già andata via da Cuneo: è a Parigi e balla “Chez Maxim’s” con Charlot. Charlie Chaplin si chiamava così prima che diventasse celebre e ricco. La porta della cucina dove Lei lavorava da cuoca dava sul cortile, stretto e buio. I cortili di Charlot sono quelli stretti, bui e senza suoni, e lì l’ha incontrato, solo, e l’ha portato a ballare.
       Com’è strana la vita: sul ballo ha incontrato la sua amica cuneese, Rosa,  quella che era la moglie di Giacu Maja, il padrone del Caffè Roma e che diventata l’amante dell’avv.Rossi, l’ha costretto a fuggire con Lei per evitare lo scandalo. Ci ha pensato Tarade (voce cuneese dell’Innocente mussorskiano) a ricordarlo a Cuneo andando a gridare in giro: “J’a avocat a sun canaja, l’han rubaje la fumna a Maja”[4]. L’avvocato ora vende le acciughe, all’ingrosso e in società con un suo vecchio cliente di Celle Macra e in verità guadagna di più delle parcelle dei poveri montanari delle valli cuneesi. Non è la vita brillante che sognava Rosa quando era a Cuneo la cassiera del Caffè Roma e tutti le guardavano il generoso décolleté: aveva una bella voce e aveva cominciato a prendere lezione dalla famosa soprano di Beinette, Norma Fantini. Una carriera spezzata dall’amour: ma il suo avvocato almeno non l’ha abbandonata e da come la guarda, dietro il cappello in testa, si capisce che le vuol sempre bene.
       “Ma quella baiadera vestita di rosso, io l’ho già vista”, si diceva Lidia e finalmente le sovvenne: ma era la contessa di Castiglione, l’amante di Napoleone III. Già Lei l’aveva conosciuta a Cuneo quando era venuta a cantarvi “La Traviata” e dopo lo spettacolo a cenare allo Zuavo come facevano tutti gli artisti che si esibivano nel vicino Teatro Toselli: ci sono le foto con gli autografi a ricordarlo. E Lidia ricordava bene che era stata proprio Lei a dare un bacio sulla bocca all’assessore alla cultura di allora, l’avv. Nello Streri e Cristiana, la moglie le sibilò  addosso “puttana di lusso”. Carolina Invernizio, la dama a cui il Sindaco aveva affidato la compagnia della Contessa, svenne. Uno scandalo, ma forse Cristiana, pur sempre generosissima con Nello, non aveva tutti i torti. 
       “Come sta contessa” disse Lidia, “si ricorda di Cuneo?”. “Sì certamente, con piacere, avevo proprio questo vestito rosso quella sera… ma non sono più i tempi di Napo” disse mestamente. Però nel quadro/ricordo Lidia la fa ballare spensierata, sola, ma con le nacchere. 
       Lidia è buona e le piace pensar bene. Quanti pianti, da Cinema Nazionale, mentre dipinge la pellicola del suo quadro. Charlot è già con un’altra donnina (Paulette Goddard?): “di certo” pensa Lidia “ha un orribile vestito giallo”.
      Al fondo del quadro della vita ritornano sempre i ricordi di gioventù e della famiglia di origine, se uno l’ha.
    Roccia montana è il padre, il cav.Biancotto che ticchettava i telegrammi per i Reali della casette di S.Anna di Valdieri: cappello in mano e la bambina che porgeva i fiori alla Regina Elena è Elena l’altra figlia, la cara sorella di Lidia. A Lei che le è stata accanto anni ed anni, fino alla fine, Lidia donò la dolce figura “de la fille aux cheveux de lin” con cui Claude Debussy veniva nel vecchio pianoforte dello “Zuavo”. 

        Fine del quadro: Gianni l’ha esposto lì, allo Zuavo, ove in tanti altri quadri è rappresentata la vita vissuta di Lidia. Enrico Sanna, Claudio Bonichi e altri cari amici insieme ai tavoli, ai bicchieri di vino e alle torte che Lidia faceva, buonissime, sono testimoni.

  Mi sono seduto e guardando, il silenzio mi raccontava che la vera vita di Lidia forse era lì in quel quadro, perché - si sa - la vita è sogno.

Da: Antonio Sartoris, Ottant'anni: la belle époque della vita, Edizioni Fondazione Casa Delfino Onlus, Cuneo, 2010

[1] Il quadro di cui si parla è quello riprodotto in questo post. 
[2] Termine tratto dal vernacolo piemontese. Topia dicesi di pergolato. 
[3] Gadan = bellimbusto 
[4] "Gli avvocati sono canaglia, hanno rubato la moglie a Maja"

La "nera" di Edmondo De Amicis



Edmondo De Amicis sapeva benissimo che suo padre Francesco, regio funzionario del Monopolio sale e tabacchi, voleva che si iscrivesse alla Accademia militare di Torino: ma lui voleva fare il giornalista.
Quella mattina si era quindi messa una bella cravatta “Lavalier”, e si era presentato al direttore de La Guida, in via Statuto n.5.
La Guida era il giornale fondato nel 1945, subito dopo la guerra, emanazione diretta della Diocesi di Cuneo secolarmente nel tessuto urbano e nel contado per cui giungeva nelle case di tutti i cuneesi fino a seguirli nei loro eventuali trasferimenti lontani da casa come un invisibile filo di appartenenza. La Guida era l’espressione del pensiero cattolico moderato: Edmondo avrebbe preferito lavorare nella laica “Sentinella delle Alpi” fondata nell’‘800 dalla famiglia Galimberti. Però sapeva bene che, dopo la Liberazione, si era cercato di far risorgere la vecchia testata ma, compromessa dalla lunga gestione fascista, la neonata Sentinella non aveva avuto lunga vita. La Guida era il vero giornale cittadino: di periodicità settimanale raccoglieva tutte le notizie di cronaca e di varia mantenendo un orientamento politico formalmente equilibrato, in sostanza conservatore, come del resto era nel temperamento dei cuneesi. Questa città lenta a cambiare ma tollerante era ben sintetizzata dalle pagine delle fotografie mortuarie: quando eri morto i cuneesi dopo averti visto infinite volte senza sapere chi eri, ti trovavano nel cimitero fotografico de La Guida e lo venivano a sapere. Ti ricordavano –magari per poco– ma anche questo era un modo di fare comunità. 

     Edmondo De Amicis non era propriamente un cattolico osservante, anche se era stato chierichetto presso la chiesa del Collegio del Gesuiti: i Tommasini. Gli piaceva leggere sul suo piccolo messale le parole latine che il celebrante leggeva nel grande messale sull’altare e scuotere i tre campanellini riuniti, insieme al pronunciamento delle parole: “Allora Gesù prese il calice...”.

Ma alla Guida c’era il direttore Don Costanzo Marino: un prete laico. Lo guardò  e gli disse “Vieni pure anche domani mattina: mi aiuterai nella cronaca nera”.

Fare la cronaca nera voleva dire fare ogni mattina ed ogni sera il giro delle anticamere della Squadra Mobile della Questura, dei Carabinieri e del Pronto Soccorso dell’Ospedale S.Croce, senza dimenticare l’aula delle udienze del Tribunale. Ma era praticamente solo polvere quella che si posava sulle scarpe del cronista: qualche furterello, la solita lite in famiglia o con il vicinato, che finiva a cazzotti, ed al martedì c’era sempre almeno una truffa all’americana: quella del cuneese diffidentissimo, ma che si lasciava abbindolare dall’offerta di un improvviso enorme guadagno. Ma non ci cadevano solo i gonzi: con questo metodo e una bella “finanziaria” qualcuno aveva portato via dalle tasche dei cuneesi (perfino da quelle di un giudice) un bel po’ di soldi ed ora il “finanziere” giocava a golf sulla Costa Azzurra  ma il suo socio era saltato in aria.

Ma, diciamo la verità, Edmondo aspettava il colpaccio che gli sporcasse le mani di sangue criminale. Perché con tutto il fango che la gente è costretta a vedere, ormai è solo il sangue che fa veramente notizia. E il sangue arrivò anche a Cuneo: imbrattava tutta l’ordinata casa del riservato dottore dell’Ospedale. Vi erano perfino le strisciate sanguinose del cadavere trascinato dalla porta, dove era stato selvaggiamente colpito, alla camera da pranzo, nel cui pavimento si celava un vero arsenale di armi. Mistero!

Fra i tanti che entrarono ed uscirono quella mattina da quella porta di Via Statuto n.4, Edmondo si aggirava smarrito, ma anche eccitato, al pensiero del pezzo che tutti avrebbero letto, anche a Torino e chissà che non lo chiamassero a La Stampa.  

Fu così che il futuro autore di “Sangue romagnolo”, scrisse “SANGUE CUNEESE”, ma l’articolo non uscì: forse quel sangue faceva troppo notizia!

Ma ormai Edmondo ci aveva preso gusto e poi non sopportava che sotto l’apparenza di un buonismo diffuso in Cuneo ci fossero tante sacche d’ipocrisia. Per esempio le guerre a Cuneo avevano ammazzato tanta gente, brava gente che la “patria” aveva chiamato nelle caserme con la leva obbligatoria e poi li avevano buttati chi in Grecia, chi in Africa ed alla fine in Russia.  La Divisione Cuneense fatta di alpini delle nostre valli già dissanguate dalla guerra 15/18, fu decimata. Eppure trionfa il “reducismo”: vi sono associazioni di tutti gli armati, anche quelli medioevali e sfilate, marcette, bandiere: poca vera memoria e tanta pazienza! Ma sarà vera pazienza? 
Per smascherare l’ipocrisia del reducismo De Amicis s’inventa il prete specializzato nel celebrare le memorie più nere con le canzonette. In verità a Cuneo, città di preti, la realtà supererà la fantasia..

Paganiniana



     Dopo il concerto al Circolo Sociale di Cuneo del celebre violinista genovese Nicolò Paganini, sul giornale cittadino Il Subalpino comparve questa nota di costume a firma Achille Campanile e con il titolo “Paganini non ripete”:

“Quando Paganini, dopo un ultimo interminabile acrobatico geroglifico di suoni rapidissimi, ebbe terminata la sonata, nel salone di via Roma del Circolo Sociale, scoppiò un applauso da far tremare i candelabri gocciolanti di cera e iridescenti di cristalli di rocca, che pendevano dal soffitto. Il prodigioso esecutore aveva entusiasmato, come sempre, l’uditorio. Calmatosi il fragore dei consensi e mentre cominciavano a circolare i rinfreschi e d’ogni intorno si levava un cicaleccio ammirativo, la marchesa di Sambuy, seduta in prima fila disse con la voce cavernosa e fissando il concertista con un sorriso che voleva essere seducente: “Bis!”. Inguainato nella marsina, con le ciocche dei capelli sugli occhi, Paganini s’inchinò galantemente, sorrise alla vecchia gentildonna e mormorò a fior di labbra: “Mi dispiace, Marchesa, di non poterla accontentare. Ella forse ignora che io, per difendermi dalle richieste di bis che non finirebbero mai, ho una massima dalla quale non ho mai derogato né mai derogherò: ‘Paganini non ripete’ ”.

La vecchia signora non l’udì. Con un entusiasmo quasi incomprensibile in lei, che era sorda come una campana, continuava a battere le mani ed a gridare, con le corde del collo tese come una tartaruga:

“Bis! Bis!”

Paganini sorrise compiaciuto di tanto entusiasmo, ma non si lasciò commuovere. Fe’ cenno alla vecchia dama di non insistere e ripeté con cortese fermezza:

 “Paganini non ripete.”

“Come?” fece la vecchia che, naturalmente, non aveva sentito.

“Paganini” ripeté il grande violinista, a voce più alta, “non ripete.”

La vecchia sorda non aveva ancora capito. Credette che il musicista avesse consentito e si dispose ad ascoltare nuovamente la sonata. Ma vedendo che il celebre virtuoso s’accingeva a riporre lo strumento nella custodia, esclamò afflitta:

“Come? E il bis?”

“Le ho già detto, signora” fece Paganini “Paganini non ripete.”

“Non ho capito” disse la vecchia.

“Paganini non ripete” strillò Paganini.

“Scusi,” fece la vecchia “con questo brusio non si arriva ad afferrare le parole. Parli un più forte, per cortesia.”

Il violinista fece portavoce delle mani attorno alla bocca e le urlò quasi all’orecchio:

“Paganini non ripete!”

La vecchia scosse il capo.

“Non ho capito le ultime parola” gridò come se sordo fosse l’altro.

“Non ripete, non ripete, Paganini non ripete” strillò il virtuoso.

     La vecchia signora lo continuava a guardare interrogativamente e allora Paganini disperato si rivolse all’organizzatore della serata, il dott. Enzo Tenino: “Mi faccia il favore, glielo dica lei. Gliel’ho ripetuto venti volte, glielo sto ripetendo: non ripeto. Quante volte glielo debbo ripetere?”

      Quando il dott. Enzo Tenino nel suo ufficio (seconda porta a destra del corridoio del primo piano del Municipio di Cuneo), segretario del segretario comunale Tofu Fornaseri, lesse questa roba sul “suo” concerto del secolo, sbottò “Ma chi è questo Campanile, non deve essere neanche di Cuneo... con questo umorismo, sottile umorismo, non andrà lontano... sta di fatto che ha offeso la Marchesa, lei sempre presente e pagante”.

Per il dott. Tenino che con tanto impegno dovuto alla passione (praticamente in Comune non faceva altro) riusciva ad organizzare l’unica stagione concertistica che si svolgeva nella Cuneo del Dopoguerra il problema del pubblico era fondamentale.  Non c’è niente di peggio per un organizzatore di concerti di ricevere e intrattenere il concertista nella sala degli artisti e poi sbirciare nella vicina sala dei concerti e vederla vuota: e sono già le 21 ed un quarto passate. L’unica cosa da fare era telefonare a casa e dire alla moglie, alla cognata ed anche alla serva Carolina, di precipitarsi al Circolo, non importa con quale vestito, non importa se il concerto fosse già iniziato: venite, venite e in prima fila, che a luci abbassate gli esecutori vedono solo quella.

Non dimenticava mai cosa era successo la sera del 30 Novembre del 1921.

Giovani universitari, suoi compagni di scuola, quelli che sarebbero stati i professionisti della futura società cuneese: Riccardo Sartoris, i fratelli Marcello, Beppe e Gigi Bianco, Costanzo Morelli, Giordano (detto il cupo) Giorgio Federico Ghedini (il futuro compositore) erano riusciti ad ottenere che Bronislav Huberman venisse a suonare a Cuneo.

  Si trattava del più grande violinista del suo tempo, era un ebreo (infatti l’attuale Orchestra Sinfonica Nazionale di Israele è stata dedicata al suo nome con il concerto inaugurale diretto da Arturo Toscanini) e l’organizzazione di quel concerto era costata tanta fatica.

In platea vi erano ventisette persone.

Riccardo Sartoris (mio padre) continuava a rimandare l’apertura del sipario sperando che almeno qualcuno dei tanti che erano stati personalmente contattati ed avevano promesso di venire sarebbe arrivato, seppure molto ritardatario. Niente, ventisette erano e ventisette rimanevano. Andarono a scusarsi dal M°Huberman e con il suo pianista accompagnatore, Frederich Chopin, ma lui seraficamente disse loro “Tolle siparium, sufficit mihi unus Plato pro cuncto populo [1]”.

Ed allora il sipario si aprì e Huberman suonò da par suo, ma non venne mai più a Cuneo!

Con Paganini era stata un'altra cosa: ma erano anche altri tempi!


[1] “Aprite pure il sipario, uno solo con la testa di Platone vale più di una platea piena”. É la frase conclusiva della celeberrima prefazione di Gluck al suo “Paride ed Elena” (1770).

Gustav Mahler e il Monviso



    Gustav Mahler mi aveva scritto ringraziandomi per le condoglianze che gli avevo porto dopo la morte a soli sette anni della sua primogenita Maria Anna.

Il fatto era successo a Maiernigg, sul lago Wörthersee nell’estate del 1907 e mi diceva che non sarebbe più voluto andarci: troppi ricordi…

Cercava un altro posto “…in montagna, ma mi raccomando che ci sia il posto per la casetta”.

Questa delle Komponierthäuschen (casette per comporre) di Mahler è una bella storia. Quando d’estate finalmente poteva allontanarsi da Vienna portava la bella moglie Alma e le due figlie in casa d’affitto od in albergo, ma sempre in un luogo ameno della felix Austria. Lui c’era, ma si appartava non lontano, in una casetta di legno che si faceva costruire appositamente: dieci metri quadrati con il pianoforte e una pila di carta da musica. Li voleva essere lasciato tranquillo dagli estranei ed anche dalla famiglia e nel grembo dei ricordi infantili e dei suoni della natura componeva le sue sinfonie.

     Veramente anche Mozart volle una sua casetta: la si può ancora vedere dalle finestre del Mozarteum di Salisburgo. Chi non ha in fondo al cuore una casetta dei suoi ricordi più belli?

Allora pensai di offrirgliene una in una radura nei boschi delle nostre montagne.

E finalmente venne il grande giorno. Mi aveva detto “Arriverò l’ultima settimana di luglio”, ma non mi aveva detto il giorno per cui quando suonò il campanello ed andai ad aprire la porta non credevo ai miei occhi nel vedermi davanti Gustav Mahler. Era proprio lui, come lo descriveva Bruno Walter: “esile, basso, dalla fronte alta e dritta, lunghi capelli neri ed occhi che penetrano a fondo, dietro gli occhiali”.

“Benvenuto. Venga avanti Maestro” -non sapevo cosa dire- ma Lui mi tolse subito dall’imbarazzo:

  “Ma sa amico mio che arrivare a Cuneo è proprio complicato. Sono partito l’altro ieri da Vienna dopo aver diretto il Tristano nell’ultima replica della stagione della Hofoper, presente l’Imperatore. Ho fatto una tappa a Milano, dove ieri sera ho diretto un concerto alla Scala, e poi ho viaggiato tutto oggi per arrivare da Lei e sono le sei di sera”.

“Lo so, lo so” dico io, “siamo ai confini dell’impero come dice un mio amico, impero soprattutto culturale, ma si troverà bene e la casetta è pronta. Intanto andiamo all’albergo”.

     Il giorno dopo il Maestro era già tutto eccitato: in quel piccolo corpo c’era un’energia incredibile, quella che gli avevo visto spendere senza limiti sui podi direttoriali dei teatri di mezza Europa. Non per nulla le sue esecuzioni sia operistiche che sinfoniche erano considerate innovative e inarrivabili.

     Partimmo per la Valle Maira e ci fermammo a Stroppo. “Venga Maestro voglio farle vedere una cosa” e lo portai dinanzi al monumento di Alessandro Riberi, insigne clinico e fondatore della Sanità militare. Mahler lesse:

“Quì

 dond'ei partì povero ed ignorato 

alla conquista della fortuna e della gloria

il nome suo insegni ai valligiani

che l'onesta povertà è l'assillo migliore alle opere

dell'ingegno e della mano

e desti in essi la fede

che questa ignude roccie

sanno esser madre di ingegni

 che hanno volo d'aquila”

“Anch’io sono nato povero il 7 luglio 1860 a Kalischt un villaggio della Boemia (allora nell’Impero austro-ungarico)” commentò Mahler “ed effettivamente mi sono dato da fare per emergere. Ho persino dovuto da ebreo diventare cattolico per poter ottenere il posto di general director del Teatro Imperiale e di Corte di Vienna. Ho le mie buone soddisfazioni a Vienna, invece come compositore, per ora, volo basso, ma il mio tempo verrà”. 

Ed andammo ad Elva. Giunti al colle di Sampeyre, il Monviso ci apparve dinanzi maestoso e così vicino che sembrava di poterlo toccare allungando il braccio.

Mahler era rimasto folgorato e incominciò a declamare i versi di Klopstock su cui aveva scritto il finale della sua seconda sinfonia “Resurrezione”:

“Risorgerai, oh sì, risorgerai o mia polvere mortale, dopo un breve riposo… credimi, cuore mio, credimi nulla per te è perduto! …non sei nato invano, non hai vissuto e sofferto invano! Risorgerai, sì risorgerai”.  

L’uomo non si è mai arreso alla morte e per proprio conforto ha trovato due soluzioni. O credere in un aldilà dove ottenere quell’eterna felicità che non è possibile ottenere in terra, o credere di poter tornare dopo la partenza, magari sotto altre spoglie, ma comunque, ed ad ogni costo, risorgere.

Mahler stette ad Elva quindici giorni e lo lasciai solo con il pianoforte nella casetta che gli avevo procurato e tanta pace, e sole e verde tutt’intorno. “Vita fugax…” mi ripeté più volte quando gli raccomandavo di riposarsi “…con quel cuore malato”.
Quale musica avrà composto non me lo ha detto salutandomi con la stretta di mano che ho avuto da Sua figlia Anna, quando sono andata a trovarla a Spoleto. Ma io la Sua musica l’ho conosciuta tutta, eseguita e registrata dai suoi grandi interpreti: Bruno Walter, Leonard Bernstein, Claudio Abbado. Ho sentito lì dentro la verità di quanto lui scriveva: “Le mie sinfonie trattano a fondo il contenuto di tutta la mia vita: dentro vi ho messo esperienze e dolori, verità e fantasia…”. Nella verità e fantasia della sua musica mi ritrovo a fianco di Gustav Mahler …risorto. 
 

Omaggio fattuale alla Società Artisti e Operai di Cuneo



In memoria di mio
nonno geom. Antonio Sartoris


La SOCIETÀ come dice l’art.2 del Regolamento approvato il 29 Maggio 1851 è composta “essenzialmente di Operai, i quali sono tutti cittadini prestanti la loro opera giornaliera ad un esercente professione, arte o mestiere, si come gli esercenti professione, arte o mestiere in qualità di capi, purché non siano in grado di dar lavoro a più di cinque persone consecutivamente, e non paghino censo o taglia annua eccedente le lire otto. I soli operai sono membri effettivi della società, hanno voto deliberativo nelle adunanze sociali, e possono far parte della Direzione”.
Ma la casa non c’era ancora. Come “Palazzo delle istituzioni popolari” era un antico sogno del Municipio e fu realizzato dalla Cassa di Risparmio di Cuneo su progetto donato dal quarantaduenne geom. Antonio Sartoris[1] che, sempre gratuitamente, diresse i lavori di esecuzione con straordinaria celerità, in soli nove mesi. E lì ebbe sede insieme all’Istituto delle Cucine Economiche, fino all’esproprio fascista del 1927, la ormai consolidata “Società Artisti ed Operai di Cuneo”.
Per l’inaugurazione ci fu grande discussione. Dal dott. Serafino Arnaud[2] (il medico dei poveri), socialista, era stato proposto l’intervento addirittura di Carlo Marx[3]: “troppe spese non ci possiamo permettere di farlo venire da Londra” rispose l’assemblea dei soci. “Facciamo venire Garibaldi” propose l’avv. Nicolò Vineis[4], il direttore de “La Sentinella delle Alpi”: “l’eroe nazionale che ha riunito l’Italia”. “Ma è un mangiapreti: lo sapete cosa ha scritto alla Società operaia di Asti? ve lo leggo,” disse Don Stoppa il direttore del settimanale cattolico “Lo Stendardo”: “Apprezzo assai l’onore conferitomi da cotesta società ad acclamarmi suo socio. Le società operaie molto hanno giovato all’Italia, moltissimo devono giovare per l’avvenire; il lavoro è virtù; il lavoro è libertà; benedetti coloro che lavorano! Mi rincresce che la mia salute non mi permetta di trovarmi in mezzo a voi per l’inaugurazione del monumento a Vittorio Alfieri. Siate superbi di un si grande concittadino. Ricordate che egli ha insegnato agli italiani: Di non fidare sugli stranieri quando si tratti della salute della patria. Essere il pontificato il maggior nemico d’Italia. Potere solo la libertà fare grande e florido un popolo G.GARIBALDI” .
Va bene così: decise a maggioranza l’Assemblea degli operai, e Garibaldi venne all’inaugurazione e parlò:
Cari amici,
non sono nato alle pubbliche assemblee; ma se v’è radunanza alla quale ami trovarmi, è quella degli operai. In mezzo a questi semplici cuori, io mi sento in famiglia. Quando i vostri rappresentanti si sono presentati a me nella solitudine della mia Caprera per offrirmi un cenno di simpatia a nome del ceto robusto e laborioso del popolo di Cuneo, evento più grato al mio cuore non poteva aspettarmi, perch’io conto sempre sull’incallita destra degli uomini della mia condizione, per la redenzione sacrosanta di questa terra, e non sulle fallaci promesse dei raggiratori politici. Se volete un mio consiglio, eccovelo: lasciate le vane questioni di parole; ma pensate che l’uomo non si dimezza, e che tutti, senza eccezione, abbiamo gli stessi doveri verso di noi, verso la Patria e verso l’Umanità. Siamo tutti operai della giustizia. Ma sappiatelo, essa non trionfa se l’uomo non è libero, in terra libera. Lavoro, patria, libertà: ecco il programma vostro, operai, e di tutti gli uomini che non credono, creato il mondo, per satollare la loro ingordigia e la loro ambizione.
La Vostra società operaia come tutte le tante società che mi hanno chiesto di divenirne membro onorario, hanno come scopo primario quello di soccorrere i soci infermi o bisognosi. Per soccorrersi reciprocamente e d’un modo efficace conviene avere i mezzi. Di più del mutuo soccorso le società operaie devono occuparsi di politica, cioè procurare col tempo di avere un buon governo.
Qualche giorno fa ho dovuto rivolgermi ai vostri compagni operai di Napoli. Ho dovuto riconoscere che pur avendo coscienza di non aver fatto male a liberare quelle contrade con il programma Italia e Vittorio Emanuele non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della disprezzevole genia che disgraziatamente regge l’Italia e che semina l’odio e lo squallore dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano sognato dai buoni di tutte le generazioni, e miracolosamente iniziato. Ma tuttavia alla depressione è giocoforza apporre l’educazione, perché è l’educazione che scioglierà il gran problema che si agita nel nostro secolo, l’emancipazione. Essa, l’educazione, ai prepotenti della terra, in coccola o senza, dirà col Giusti: “Cessi il mercato reo, cessi la frode”. E sì in politica come in religione volendo davvero il popolo la mercé, l’educazione, che è il frutto dell’associazione, cesseranno una volta per sempre l’uno e l’altra dal martoriare l’Umanità, la quale camminerà tranquilla verso la sua meta di perfezionamento progressivo, morale e materiale a cui è destinata.
Ed ora prima di stringervi con affetto l’incallita destra, un invito che mi sta molto a cuore.
Ho letto nelle Vostre carte statutarie che lo spirito dei fondatori della Vostra società operaia può sintetizzarsi in queste poche significative righe “in qualunque luogo si raduna il popolo per soccorrersi a vicenda con amor fraterno, dovunque egli conviene per perfezionarsi trattando dei suoi interessi e dell’avvenire dei suoi figli, ivi regna la legge di amore e domina lo spirito del Vangelo”.
Condivido pienamente questi principi perché Cristo gettò le basi dell’uguaglianza tra gli uomini e tra i popoli e noi dobbiamo essere buoni cristiani. Ma noi faremmo un sacrilegio se durassimo nella religione dei preti di Roma: essi sono la sciagura d’Italia e specie tutti del più feroce dei nostri nemici, a cui solamente dobbiamo la nostra miseria, ma la nostra umiliazione e la condizione del nostro popolo…
Non lo lasciarono finire. Un boato si sollevò dal lato destro dell’assemblea: là Don Stoppa aveva raccolto i suoi “fedeli”. Profondendosi in scuse all’insigne ospite, peraltro per nulla turbato, il Consiglio direttivo della Società gli consegnò l’obolo di 20 lire (sic!) da destinare “ai fratelli siciliani che con inauditi sacrifici e sforzi combattono i loro oppressori onde ricuperare anch’essi l’indipendenza”.
Naturalmente la polemica continuò nei giorni successivi tanto che si volle impedire l’ingresso all’inevitabile messa in Cattedrale del labaro della Società, quello della fondazione del 1851 che, per i benpensanti, odorava chiaramente di massoneria.
E così continuò, la vita “politica” della Società degli Artisti ed Operai, con l’inevitabile propensione dei cuneesi (e degli italiani in genere) al compromesso. Scrive Alessandra Demichelis[5] “In realtà la pretesa apoliticità fu più apparente che reale. I rapporti stretti con abilità diplomatica con le autorità municipali e religiose, le vere e proprie battaglie in favore dei diritti delle classi lavoratrici, il sostegno esplicito e continuato ai deputati locali al Parlamento, sono la dimostrazione di come la Società non potesse e non volesse estraniarsi a rimanere passiva di fronte ad eventi e problemi che toccavano gli interessi dei ceti più deboli”.
Tutto però con la prudenza tipicamente cuneese e che mi piace riconoscere nella sottile ironia del “Galucio caparucio” del poeta Nino Costa[6]:
“An sla punta del cioché/ j’è un galucio,/ caparucio,/ fait ed tola piturà:/ tuta quanta la giornà/ chiel a gira,/ chiel as vira/ da la part che’l vent a tira/… Col galucio fait ed tola/ l’è pa tant na bestia fòla:/ chiel a sà/ che a lé sempre bin piassà/ col ch’as vira/ da la part che ‘l vent a tira,/ e, guardand da so ciochè,/ chiel a ved sel marciapé/ tanta gent , pien-a ‘da babìa,/ ch’a jé smija,/ che veul nen ch’a sia dla dita/ ma ‘nt la vita/ -gira ‘d sa, gira dlà– l’ha l’istessa teoria/ del galucio piturà.”[7]
Alla Società Artisti ed Operai di Cuneo, variopinto spaccato della vita cittadina, vada, in occasione del 160° anniversario di fondazione, il mio augurio di nostalgico progressista: EXCELSIOR.


[1] Geom. Antonio Sartoris (1863 †1939) diplomato all’Istituto Bonelli, si possono ricordare -fra le molte- le seguenti opere: il progetto per il riordinamento ed il riattamento del pianterreno e secondo piano dell’Ospedale vecchio di Santa Croce di Cuneo; l’edificazione della palazzina Girardi (o Caserma dei Reali Carabinieri 1899 oggi in c.so IV novembre di Cuneo); l’ingrandimento e la nuova facciata della parrocchiale di Salmour (1902-1905-07), la ridecorazione dei prospetti esterni del palazzo marchionale di Centallo (1909-10). A Cuneo il Sartoris si occupa della ristrutturazione e della sopraelevazione del Palazzo Fresia (1903), della costruzione di casa Feltrami (1904), del palazzo per Cucine Economiche e Società Artisti ed Operai di Cuneo (1905); della demolita palazzina Ghio (1913), del palazzo Forze Idrauliche “altro Po” (1924), del progetto di Tettoia nel cortile e del terrazzo superiore del Cinema Moderno, poi Corso (1925), del progetto dell’interno del demolito Cinema Italia, dell’edificazione del Palazzo Beltrami di c.so Nizza 5/7/11 (1925), del Palazzo “Casa Nostra” di c.so Nizza 36, del Palazzo sociale di c.so Nizza 14, di Casa Ricchiardi (1901) in c.so Soleri 3. Il geom. Antonio Sartoris partecipò pure alla vita politica cuneese: fece parte della Giunta comunale presieduta dal Sindaco Luigi Moschetti nel 1907, e nel 1912 nelle elezioni generali che portarono la lista democratica all’elezione a Sindaco dell’avv. Marcello Soleri (futuro Ministro del Tesoro del Dopoguerra 1945) risultò il candidato più votato (1.101 preferenze) contro le 975 di Soleri. 
[2] Serafino Arnaud (1875 †1922) medico e psichiatra insigne, del popolo amico vero e benefattore.
[3] Karl Marx (Treviri 1818 †Londra 1883) Scrisse nel 1848 in collaborazione con l’amico Engels il “Manifesto del partito comunista”.
[4] Nicolò Vineis (Asti 1819 †Cuneo 1890) per 37 anni direttore de “La Sentinella delle Alpi” quotidiano redatto e stampato in Cuneo presso la tipografia di Bartolomeo Galimberti, della famiglia dell’eroe nazionale Duccio.
[5] Alessandra Demichelis “Società Artisti ed Operai – Cuneo 1851-2001” Edizioni Aut Aut – Cuneo pag.116.
[6] Nino Costa poeta piemontese (Torino 1886 †1945)
[7] Trad.: “sulla punta del campanile/ c’è un galletto/ con la cresta/ fatto di latta dipinta: durante tutta la giornata/ lui gira di qua/ gira di là/ dalla parte che soffia il vento./… Qual galletto fatto di latta/ non è poi mica una bestia stupida:/ lui sa che è sempre ben piazzato/ chi si gira dalla parte che il vento tira,/ e, guardando dall’alto del suo campanile/ lui vede sul marciapiede/ tanta gente, piena di prosopopea/ che fa come lui/ che non vuol che sia detto/ ma che nella vita/ -gira di qua, gira di là– ha lo stesso comportamento del galletto dipinto”.

Cento anni di compagnia


Dialogo fattuale in cinque quadri in onore del conte Gianfranco Vialardi di Villanova nato a Torino cento anni fa, composto da Antonio Sartoris in occasione della festa per i suoi 100 anni.



PERSONAGGI:

Lui: Gianfanco Vialardi di Villanova

Io: Antonio Sartoris



     Lui: La mia età, la mia vita/ ha pur mille futuri/ anche se non più avvenire./ I miei giorni/ siano un dolce galleggiare/ nei ricordi.

     Io: I tuoi ricordi sono in compagnia dei nostri / l’avvenire sarà quel che vorremo.



1912 - 1932



Io: Il conte Gianfranco Vialardi di Villanova abitava a Torino con la sua famiglia, quando si sparse la voce che un giovane compositore toscano, Giacomo Puccini, avrebbe rappresentato la prima della sua nuova opera, La Bohème, al Teatro Regio. “Ma io lo conosco” disse Gianfranco ai suoi, “l’ho conosciuto a Londra, quando sono andato a comprarmi le scarpe. Avremo certamente un palco”.

Infatti la sera del 1° Febbraio 1896 tutta la famiglia Vialardi di Villanova era nel palco di proscenio del Teatro Regio quando il M°Arturo Toscanini alzò la bacchetta sul primo atto de La Bohème. In verità papà Vialardi come la maggior parte della buona società torinese, tutta presente “avec decoration”, fu inizialmente disorientato. Un amico di famiglia, critico musicale de La Stampa proclamò: “La Bohème non lascerà grande traccia nella storia del nostro teatro lirico” e fece infuriare Gianfranco. “Ecco i soliti barbogi. Non vogliono sentire novità! Dovrebbero andarsene all’inferno prima dei 70 o al massimo 80 anni. Il ‘dopo’ non lo capiscono”. Così la pensano i giovani. Non sanno che è la vecchiaia che dà la saggezza di capire tutto – il vecchio ma anche il nuovo (spesso ripetizione del vecchio) - ed aumenta la capacità di apprezzare i molti sapori della vita.

Aveva ragione lui: la Bohème fu l’opera che consacrò definitivamente la fama internazionale di Puccini, e restò cara a generazioni e generazioni di tutto il mondo e nel cuore di Gianfranco ben oltre i 70 e gli 80 anni che egli allora immaginava come un lungo cammino. Anche perché proprio insieme a Puccini, egli visse la sua bohème torinese.



      Lui: “Ho traversato i giorni/ per giungere sino alla mia epigrafe./ Ho attraversato la materia/ e lo stato basso delle cose.”



Io: Andavano insieme a vedere Macario nell’avanspettacolo, quel tipico spettacolo teatrale italiano che precedeva la proiezione di un film. “Vieni, vieni ti porto a vedere delle gambe lunghissime” diceva Gianfranco a Giacomo e lo portava al Maffei, al Chiabrera, all’Ideal. Ogni anno Macario presentava una nuova rivista con sempre nuove fanciulle, tra cui attrici bellissime e brillanti (che scritturava in sostituzione delle ballerine, nel tentativo di innovare il genere). Dopo l’inarrivabile Wanda Osiris,  tra le tante attrici lanciate da Macario si ricordano Tina De Mola, Olga Villi, Isa Barzizza, le sorelle Nava (Pinuccia, Diana, Lisetta e Tonini), Elena Giusti, Lily Granado, Marisa Maresca, Lauretta Masiero, Dorian Gray, Flora Lillo, Marisa Del Frate, Lucy D'Albert, Valeria Fabrizi, Sandra Mondaini e Lea Padovani. A bearsene la vista, in prima fila c’era sempre lui, il conte Vialardi che poi avvolto dal suo mantello nero, foderato di raso bianco, andava con il suo amico Alberto Testa -toc toc- a bussare la porta del camerino.    



1932 – 1952



     Lui: “Invocavo la fine del mese/ il mio mese: aprile./ ...Silloge inquieta/ mi proponeva un corteo anabasico/ di avvenimenti, incontri,/ finzioni, confidenze, viaggi,/ che si dilatavano a schiera,/ anastroficamente. Rivivevo così/ a segmenti la successione spaziale della mia vita, proiettata come non mai/ su un lucente schermo mentale...”



     Io: Sopravvisse durante la guerra e fu un importante manager pubblico della Torino della Ricostruzione: “caposegreteria dell’Assessorato al personale” sotto sindaci comunisti, Roveda e Negarville, e democristiani, Peyron e Porcellana. E si salvò con i viaggi. Nel suo libro di versi “A l’ombra di Polinnia” scrisse “Il viaggio è una fuga dalla ripetizione,/ la ricerca/ di nuovi miraggi: …Nel coabitare, a distanza, con le prove inglobate/ avverti la pienezza/ del pondo e del vacuo;/ ti perseguita l’ansia del dolore”. E lui ricorda Londra con l’invito a pranzo a Buckingham Palace e poi “Laura e Valeria e Leonora, bagliori/ violenti e fugaci, sovrapponibili, rumorosi fantasmi”.



1952 – 1972



     Lui: “Senza occhi mi fissa/ la maschera apotropaica/ senza denti mi sorride:/ è un ghigno beffardo… Ho ricevuto (ma quali?)/ segnali che accendono/ il mistero./ Appena sarà libera/ e salva, la mia mente/ ne sarà prigioniera.”



Io: Gliel’aveva presentato Jean Michailidis, il conservatore del museo dell’Acropoli di Atene di cui era ospite: “piacere Heinrich Schliemann, archeologo”. Ed ora erano al Pireo con il vino resinato degli achei a parlare di Troia. Tutto il mondo sapeva della scoperta che il ricco commerciante tedesco, fanatico di archeologia, aveva fatto del tesoro di Priamo (8.700 gioielli d’oro) per cui, quando lui gli disse che stava per partire per Micene alla scoperta della tombe degli Atridi, dei resti di re Agamennone, disse subito “vengo anch’io”.

Si trovò quindi quella sera quando, nel silenzio brunito della "vallata d'Argo che nutre cavalli", a Micene "ricca d'oro" (come viene definita generalmente nei poemi omerici) alla luce delle torce balenò il riflesso dell’oro della maschera del gran re. Il conte non dimenticherà mai prima i fuochi accesi sulle colline e poi la processione di fiaccole dei greci viventi venuti ad onorare il loro grande passato, morto.

I ricordi, ah! I ricordi: dal letto napoleonico il conte Vialardi volge gli occhi al comodino da notte ove luccica d’oro la copia del boccale di Agamennone. Ricordi di cent’anni di compagnia colta ed io concludo:  “É la cultura la miglior difesa dai guasti della vecchiaia.”







1972 – 1992



     Lui: “Oggi, avvolto da fumi d’acqua/ in città ignota, staccato dagli amici,/ dalle eventualità amorose/ sotto gli sguardi/ incuriositi/ degli estranei, riassumo le mie crocifissioni: l’addio crudele di una supposta compagna,/ il subitaneo caparbio viaggio/ per obliare,/ il gelo morboso/ della lontananza, l’impaccio della nuova koinè. ...Comparve la persona sperata.”



     Io: A me cuneese verace, fantasioso, anzi fattuale piacque subito questo vecchio signore, fermo nella sua bellissima casa come nel suo stile di vita e non cercai né cerco oltre. Ma dai versi di lui, fra cui quelli dedicati a “Geoffrey, figlio mio inglese”, e la presentazione che mi ha fatto, personale, del nipote Stanislao e fotografica di S.A. la principessa di Hohenzollern, sento promanare un’aura di tempi remoti con quel non so ché di classe e di stile che fa l’autentico uomo nobile. Ed è perciò che la “persona sperata” che ti sta sempre a fianco, che ti aiuta, che ti dà affetto e pazienza, che ti sopporta, non può essere che Bruno, “il generoso”!



1992 – 2012



     Io: Il Tuo peregrinare marino è terminato a Cuneo, ma ora che non puoi più andare, io vedo quanta gente viene a trovarTi.  - L’altra sera ho visto infilarsi nella tua portina di via Statuto, Eugenio Montale, il noto poeta. So che l’avevi conosciuto a casa di Piero Gobetti, ma proprio adesso, alla soglia dei Tuoi cent’anni, ha sentito il bisogno di rivederTi? Ti prego, conte Vialardi, dimmi cosa hai detto a Montale.



     Lui: “...Dell’esistenza i mesi ultimi saranno il vero naufragio/ e le pagine oscure/ dell’inutilità, del vacuo,/ dell’arcano futuro./ Intuizioni preagoniche?

Una mano di tepore/ e tenerezza/ poggia sulla mia spalla/a rincuorarmi/ e dalla amata voce/ escono parole essenziali, taumaturgiche./ É la mia temporanea/ inattesa salvezza.            

FINE

INTERPRETI:

Lui: Alberto Testa

Io: Antonio Sartoris



Detto in Casa Vialardi di Villanova in Cuneo, il 20 Aprile 2012

Giorgio Buridan, il fornaio di Caraglio


     Sono andato a trovare Giorgio Buridan nella sua bella villa della Vallera di Caraglio. Sapevo della sua romantica infanzia nel villone del nonno affacciato sul Lago Maggiore di Stresa, sapevo pure della sua ardente giovinezza di partigiano della Val d’Ossola.  Quel poggio che si affacciava sulla verde Val Grana e su cui si ergeva bianca quella che sarebbe stata la sua ultima casa, mi è subito apparso la sintesi della sua vita.  Diceva che “per i nativi come me e come Piero Chiara o Vittorio Sereni il lago è qualcosa di magico e inesprimibile”, ma anche la montagna lo è.
Al cancello mi è venuto incontro il suo bel cane bianco e dietro di lui Giorgio, il letterato. “Come va?” “Eh non sono più i tempi eroici della lotta partigiana... Vivo di ricordi ma sono sereno”. Mi guardavo intorno “Cosa fai ora?” “ Di bello faccio il pane, non ci crederai ma qui a Caraglio ho trovato tanta pace e, nel respiro dei boschi, dei folletti così gentili che mi aiutano a mangiare in compagnia. Perciò mi piace proprio fare il pane e veramente ne faccio tanto: viene a vedere”.
Mi portò in una specie di garage che aveva trasformato nel “teatrino del forno del pane”. Lì cuoceva e si mangiava il “suo” pane ma lui lo faceva di sopra, in un grande stanzone dove troneggiava un enigmatico gatto verde, eretto in statua egizia. Vi erano i tanti libri e i tanti ricordi della sua ricca vita di partigiano e di artista ed era lì che lui faceva il suo pane. Su un lungo tavolo infarinato vi erano miche e michette di vario peso e formato. Mi avvicinai e vidi che Giorgio le aveva anche personalizzate.  Leggere, leggere sulle future dorate croste sarebbero apparse le lettere di tantissimi nomi pieni di sapori. Li aveva gustati lui prima di offrirli agli altri.
  Gabriele d’Annunzio e Giovani Pascoli, Charles Baudelaire e Victor Hugo, Rainer Maria Rilke e Maurice Maeterlink, Jean Paul Sartre e Paul Eluard, Orazio e Jean de La Fontaine, Paul Verlaine e Alfred de Vigny, Giuseppe Giusti e Alessandro Manzoni, Francois Marie Arouet, detto Voltaire e Francois de La Rochefoucauld, Ludovico Ariosto e Pietro Metastasio, ma anche Wiston Churchill e George Clemenceau, Elwin Rommel e Dwingt David Eisenhower, e molti, molti altri.
“E tutto questo pane te lo mangi tu?” “No, per fortuna: ho in casa una cara ragazza dai capelli rossi: mi aiuta tanto, a tagliare, condire e porgere questo pane e un buon companatico e sotto, lì nel “teatrino del forno del pane”, facciamo tante belle mangiate e feste con tanti amici: sei venuto anche tu!  Il buon pane si mangia in qualsiasi momento, da solo, ma anche in buona compagnia”.
     Dovevo andare anche per rispetto agli altri amici che erano venuti a salutarlo. Mi accompagnò verso il cancello e nel tepore dell’aria profumata, un pianoforte suonava lontanamente “la fille aux cheveux de lin” di Claude Debussy: allora gli dissi, salutami Alda[1].












[1] Alda Nicolini, dolce figura di moglie stroncata dal cancro nel pieno della vita (1928 †1986).