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mercoledì 22 giugno 2016

Racconti fattuali risorgimentali



SONO SOLO FANTASIE ………

di Antonio Sartoris


Racconti fattuali risorgimentali



INTRODUZIONE


Ho scritto questo trittico risorgimentale all’insegna dell’arte fattuale che ho così definito: “è la manifestazione e/o attribuzione di un pensiero artistico cioè espressivo ad un oggetto o a un fatto di per sé puramente funzionali”. Sento già le osservazioni più o meno sorprese o anche offese, di chi leggerà il mio raccontare di fatti che sono avvenuti in epoche e modi molto diversi dalla realtà, di personaggi che sono vissuti in epoche distanti anche centinaia d’anni, che non si sono mai incontrati. Questo modo di attualizzare fatti e personaggi, di portare tutto in primo piano in modo che lo si possa vedere e raccontare in attualità mi è servito per comunicare delle idee. Le ho applicate a personaggi e fatti storici che me le hanno suggerite. Per rispetto alla storia dico chiaramente che quanto ho descritto non è vero ma mi sia consentito pensare che possa essere almeno verosimile. Infine e ultima motivazione di questo scrivere, questo è il mio modo di trovare piacere a vivere quanto mi rimane, perché la fantasia è la figlia sfrenata della libertà.

A.S.


cliccare sui link per leggere i racconti: 







Racconti fattuali risorgimentali: Giuseppe Garibaldi, cuneese



Pioveva a dirotto la sera del 15 ottobre 1877 quando Giuseppe Garibaldi giunse a Cuneo. Aveva 70 anni ed era nel pieno delle sue forze.

Partito da Caprera dove si era ritirato sette anni prima, dopo aver invano tentato di aiutare i francesi contro la Prussia, aveva fatto un lungo viaggio: prima in nave fino a Napoli e poi risalendo l’Italia ormai quasi tutta unificata con Roma Capitale. Quanti ricordi: Marsala, Napoli, Talamone, Quarto di Genova e poi fino a Cuneo. A dire il vero, Garibaldi era già stato a Cuneo.

Infatti in via Savigliano sull’angolo dell’edificio già monastero di S.Chiara poi divenuto il vecchio Ginnasio/Liceo Silvio Pellico, c’è una lapide collocata nel 1884 dal sodalizio cuneese dei superstiti garibaldini “auspice il Municipio” che dice: “Il 7 Aprile 1859, Giuseppe Garibaldi, passava in rassegna fra queste mura il primo corpo dei Cacciatori delle Alpi che lui Duce, a Varese e a Como con braccio di soldati, con fede di cittadini, per la patria combattendo alla gloria dei mille preludevano”.

Nel primo Corpo dei Cacciatori delle Alpi vi erano anche i fratelli  Paolo e Giuseppe Ramorino.

I fratelli Ramorino erano morti il 1° ottobre 1860 nella battaglia di Castello di Morrone e Giuseppe Garibaldi era venuto a Cuneo a trovarne la madre, donna Angela Ramorino.

Dalla stazione vecchia, vicino al Torrente Gesso, una carrozza portò il Generale all’Albergo della Barra di Ferro. E’ stato abbandonato da tempo ma vi è chi si ricorda di aver visto nelle scale dello storico maniero la classica targa “GARIBALDI HA DORMITO QUI”.

Era giunto a destinazione ma ora era tormentato da un pensiero che aveva allontanato durante il piacevole viaggio:  che cosa poteva dire ad una madre che aveva perso gli unici suoi figli, colui che era stato la causa della loro morte?

Perché era innegabile che era stato lui con tutto il suo tramare con Mazzini, con Pisacane e tanti altri intorno all’idea dell’indipendenza dell’Italia, che aveva suscitato negli animi di tanti giovani l’idea che bisognava combattere contro l’Austria ma anche contro altri piccoli e grandi stati sparsi per la penisola, come il Regno delle Due Sicilie, ed anche contro il Sovrano di Roma – il Papa,

a tutti i costi, per la libertà, per l’Italia!

Ma quale libertà, pensava Garibaldi, quella di passare dagli ordini del Re Franceschiello a quelli di Vittorio di Savoia che con i soldati piemontesi stava sparando sui ribelli calabresi?

Tanti morti, tanto dolore: ne era valsa la pena? 

Con questi dubbi nella testa, il giorno dopo, Garibaldi salì la ripida scala del n. 27 di Via Maestra ed entrò in una stanza oscurata e silenziosa, in casa di donna Angela Ascheri ved. Ramorino.

      Garibaldi, il duce, abituato ai discorsi in pubblico ed in situazioni di tensione, non seppe esimersi dall’usare toni retorici e le disse: “Voi madre di Paolo e di Giuseppe Ramorino, Voi meritate tutta la gratitudine d’Italia e del suo governo. Nel martirologio italiano la famiglia dei Ramorino deve contare accanto a quella dei Cairoli, dei Bronzetti e Debenedetti”.

 Silenzio!

Angela Ramorino era una donna sola, come è sola ed abbandonata nella sua attuale tomba nel cimitero di Cuneo. Si alzò in piedi e porse la mano al Generale. “Come sono morti...?” gli chiese.

Garibaldi si sedette e subito vide la scena, una dei tanti campi di battaglia in cui il rosso delle camicie dei suoi uomini si confondeva con il rosso del loro sangue e raccontò:

“Il 6 settembre 1860 il Re di Napoli Francesco II, visto l’approssimarsi dell’armata garibaldina, lasciava Napoli per Gaeta lanciando un accorato appello ai suoi soldati perché arretrassero oltre il Volturno per un’estrema difesa del Reame.

I soldati napoletani, pur consci che la partita era perduta, si riunirono spontaneamente a migliaia per l’ultima difesa della Patria morente.

Fu a Castel Morrone che si ebbe l’impatto tra le truppe borboniche forti di 2000 uomini con i 295 bersaglieri al comando del Maggiore Pilade Bronzetti.

Chiara risultava la sproporzione delle forze, ma Bronzetti intuì che a Castel Morrone poteva decidersi la sorte di tutta la battaglia del Volturno e non volle cedere di un sol passo.

I borbonici lentamente ascesero il monte in modo da precludere ai garibaldini ogni ritirata ed alle 11 iniziò il combattimento vero e proprio che si protrasse per quasi 5 ore fino a quando i borbonici riuscirono a sfondare le ultime difese dei garibaldini che, rimasti senza munizioni, si difendevano scagliando sassi sugli assalitori.

Alla fine migliaia di uomini combattevano all’arma bianca in uno spazio che non bastava nemmeno a contenerli pacificamente.

II combattimento assunse momenti altamente epici e drammatici con quei giovani italiani che pur guardandosi negli occhi spaventati si uccidevano in un corpo a corpo disperato. Lo scontro si concluse verso le 4 del pomeriggio con la morte del comandante dei garibaldini Maggiore Pilade Bronzetti, 200 prigionieri, un grandissimo numero di feriti in un lago di sangue ed una ventina di morti di cui 16 garibaldini.

Fra di loro vi erano pure Paolo e Giuseppe Ramorino. Avevano sempre cercato di stare insieme, da fratelli, e morirono insieme.”[1]

“Mi ricordo”, concluse Garibaldi “che anch’io, nel mio ordine del giorno scrissi: A Castel Morrone Bronzetti… alla testa di un pugno di cacciatori, ripeteva uno di quei fatti, che la storia porrà certamente accanto a’ combattimenti di Leonida… Ed ove giacciono le ossa di tanti prodi e dell’illustre Duce Bronzetti ITALIA LE RICORDI! Ora sono qui ad onorare la madre di due eroi”.

La madre Angela Ramorino continuava a stare in silenzio.

Poi disse: “Non voglio alcun monumento, né onorificenze, né ricompense. Vada via, assassino!”.

Il Generale sapeva che non tutti erano d’accordo sulle sue gesta di guerriero, conquistatore d’Italia, tanto più che chi ne aveva tratto vantaggio e molto, erano stati altri. I piemontesi prima di tutto, ma anche i tanti opportunisti che erano prontamente saltati sul carro del vincitore; delusi ed insoddisfatti erano rimasti i giovani idealisti, speranzosi in una nuova Italia, libera e più giusta.

Però quel silenzio pieno di dolore e di rimprovero e “assassino”, lo colpirono come un pugno in pieno petto.

Salutò, biascicando le solite “condoglianze... non sono caduti invano... li ricorderemo” ed uscì fuori all’aperto. Angela Ramorino rimase in solitudine e povertà fino a quando,  l’anno dopo,  finì di piangere. 

Fu l’aria di Cuneo, generosa e balsamica, ad accogliere il duce e lo accompagnò, solo, in mezzo alla gente che pacificamente passeggiava sotto i bassi portici. I ricchi e gli ufficiali sotto i portici di destra, il popolo ed i soldati dalla parte sinistra.

Non era la prima volta che sentiva tutto il peso delle sue responsabilità in quelle che si potevano chiamare rivoluzioni, conquiste, difese, guerre, ma che finivano tutte in carneficine, sofferenze e morti di innocenti, per cosa poi?

Ma per la libertà, la giustizia, la patria: lo diceva Mazzini. Anzi per questi nobilissimi fini si può persino eccedere nei mezzi della violenza.

E quando i fini non si raggiungono? Quando i mezzi illeciti sono sproporzionati ai pur giustificati fini?

Erano pensieri troppo difficili per lui, uomo della Pampa: “Io - pensava più tardi,  mentre si rigirava nel letto – sono fatto così, sono un uomo d’azione e di comando, ed alla fin fine ho pur ricevuto lodi ed applausi, ed allora cosa sono qualche decine di morti dinanzi alle migliaia, ai milioni di vivi, che ora si godono la libertà?”.

Si fermò: “ma vivi come? Veramente liberi o non piuttosto sudditi? Felici o non piuttosto indifferenti? Era questa l’Italia che avevano sognato i fratelli Ramorino?”.
Anche una buona idea può illudere, uccidere e fallire.

Garibaldi non sapeva che un secolo dopo, la grande idea comunista del suo amico Marx avrebbe grandemente illuso, grandemente ucciso e sarebbe fallito il tentativo di realizzarla.  Ma una buona idea non muore.

Ma lui che veniva da Caprera cioè dal simbolo di un fallimento, in quel momento capì l’amarezza della signora Ramorino ed il rifiuto dell’orgoglio che egli le aveva offerto. Del resto si ricordò che dieci anni prima aveva scritto ad Adelaide Cairoli (madre di 3 fratelli morti garibaldini): “io ho la coscienza di non aver fatto male, nonostante non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della disprezzevole genia che disgraziatamente regge l’Italia e che semina l’odio e lo squallore dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano sognato dai buoni di tutte le generazioni, e miracolosamente iniziato.” [2] 

Ma “assassino” no! “Io ho sempre desiderato il bene di tutti, anche di Anita, anche di Anita... ma l’ho fatta soffrire, povera donna! E’ vero me la trascinavo in battaglia anche incinta, ma l’ha uccisa la guerra, non io, non io!”.

Ed allora capì che assassino non è il soldato che pianta nella pancia del fratello la lunga baionetta innestata sul fucile, assassino è il comandante che dà l’ordine.
Solo, nel suo letto cuneese, Giuseppe Garibaldi pianse. E non sapeva della triste sorte delle guerre moderne combattute non per necessità ma per l’affermazione di un principio (come le Crociate): dall’olocausto della Divisione Cuneense in Russia, al Vietnam, a Sarajevo, all’Irak e poi e poi…



Tetto de’ Chivalieri, agosto 2010




[1] In verità i due fratelli Ramorino non sono morti insieme e così come l’ho descritto io. Come ho appreso dal prof. Giovanni Cerutti (emulo di famosi cronisti della Cuneo del passato), Giuseppe Ramorino, arruolatosi volontario nel 1859 fra i Cacciatori delle Alpi, partecipò alla spedizione dei Mille, cadendo in combattimento effettivamente sul Volturno, il 2 ottobre 1860. Il fratello Paolo fu amico di Garibaldi e difese la Repubblica romana con Luciano Manara e Goffredo Mameli morendo a Villa Corsini il 3 giugno 1849. Ma la verità storica la raccontano gli storici: gli artisti inventano.

[2]  Lettera di Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli da Caprera il 7 settembre 1868 riportato su LA REPUBBLICA.
 

                                  



Racconti fattuali risorgimentali: Il barolo del Conte di Cavour


Nel salone d’onore del Municipio di Cuneo, sopra il gran camino, ormai definitivamente spento, c’è una grossa lapide che recita: “CARLO BRUNET – GIACINTO CASTELLANI --- Creduta impossibile, a noi desiderio più che speranza, qui se pur giunse la ferrovia, incolumi l’erario civico e provinciale, al senno all’opera è dovuto di due esimi cittadini. Azioni di grazie votavano i comizi della provincia a ricordarne i nomi. Questo marmo scolpiva CUNEO riconoscente – Delib. 22 Marzo 1853 – Città di Cuneo”. L’arrivo a Cuneo della ferrovia doveva essere degnamente celebrato e un comitato era all’opera da tempo. Stava stilando la lista degli invitati all’inaugurazione, scegliendoli tra i più illustri piemontesi, quando il sen. Giuseppe Fassino propose “invitiamo Cavour”.
E Cavour venne a Cuneo. Lo andò a prendere alla stazione vicino al Gesso, quella che oggi è chiamata “stazione vecchia” il sindaco comm. avv. Angelo Fabre, e il suo successore cav. Carlo Brunet quello della lapide. All’arrivo della fumante locomotiva, simile a quella scolpita sulla lapide, Cavour disse brevi parole: egli si occupava fin da giovane delle ferrovie  (nelle quali aveva investito dei capitali, investimenti riguardanti più le ferrovie francesi che quelle italiane, ma questo non lo disse). Disse che una rete ferroviaria nella penisola era di ancora più immediata importanza per porre fine alle tendenze autonomiste delle città e delle regioni d’Italia. Era proprio quello che avevano realizzato i cuneesi e lui era lì per lodarli e invitarli ad andare oltre, in una visione dell’Italia più unita e solidale. Applausi! Ma si sentì anche un incomprensibile brontolio: era il rappresentante di Paesana, della Lega (si diceva che fosse una “trota” di Bossi) che protestava contro l’unità d’Italia. Ma allora la Lega contava poco, fu ignorato. Si formò quindi un corteo di autorità e popolo e tutti salirono fino al Comune,  a piedi.

       Il fatto diede luogo, come sempre ai più svariati commenti che volsero al peggio quando si seppe che con l’occasione Cavour avrebbe presentato il vino barolo prodotto nella sua tenuta di Grinzane, al Circolo ‘l Caprissi.

   Nelle riunioni presso il Comizio Agrario agricoltori e commercianti protestavano. “Viene a cacciare il naso anche a Cuneo questo nobiluccio fallito come cortigiano e fallito come militare? Va bene che – per merito di suo padre Michele - è anche sindaco di Grinzane, vicino ad Alba, ma Grinzane ha 350 abitanti e Cavour tiene il consiglio comunale nelle sua camera da letto. Noi cuneesi cosa abbiamo da imparare da questo langhetto?”. Che fosse anche diventato primo ministro a Torino, non importava nulla: i cuneesi ragionano sempre  con quanto  conoscono di persona.

In effetti, tra Alba e Cuneo c’è sempre stata rivalità frutto di una diversa pasta umana. Quella dei cuneesi forgiata dall’aridità del suo territorio montagnoso e quella degli albesi frutto della ricchezza della loro terra produttrice d’uva e tartufi.  Il rapporto dei cuneesi con il vino è ben rappresentato dall’esistenza del mercato delle uve, quel triangolo la in basso vicino al ponte sul Gesso ed alla stazione “vecchia”. Là arrivavano da Alba e dintorni i carri che portavano l’uva dolcetto ed i parsimoniosi cuneesi se l’andavano a comprare, se la portavano a casa, se la pigiavano nel torchio e la lasciano fermentare nei grossi tini. Che vino ne venisse fuori non ricordo, anche perché sono astemio.

Certo per trasformare l’uva in vero vino ed i tartufi in sonanti marenghi – magari da giocarsi nella camera appartata della trattoria del paese – bisognava  lavorare di braccia e di testa.  Era con questa che Cavour lavorava quando faceva i suoi viaggi in Inghilterra, in Svizzera e soprattutto in Francia. Era da lì che aveva fatto arrivare un “enologo”. Da questo connubio tra duro lavoro sul tufo e la “scienza” alimentare è nata la moderna trionfante economia di Alba e della Langa, quella dei  produttori Ferrero e Ceretto e, con le opportune varianti commerciali, quella dei Petrini e dei Farinetti. 

Intanto a Cuneo i montanari, stremati dalla fatica, scendevano alla fabbrica altrui e i borghesi a Cuneo  risparmiavano, in silenzio, come in chiesa. Da questo risparmio è nata la moderna edilizia di Cuneo e dintorni, prima, nel dopoguerra quella dell’arch. Albino Arnaud, e poi quella del Marmorino e dell’arch. Umberto Fino.

Questo lo scrivo oggi perché lo vivo, ma prima, prima era sempre stato così?

Cavour al Circolo l’Caprissi parlò ad un’altra Cuneo a quel Piemonte che stava diventando Italia.

In prima fila c’era Gioacchino Massia detto il “Cirio di Cuneo”. Era questo un personaggio leggendario. La sua attività cominciata dal niente erasi rivolta alla coltivazione dei bachi da seta ed alla trattazione dei bozzoli, avendo anche perciò promosso l’esercizio di una reputata filanda alle Basse di Sant’Anna, nonché all’esportazione della castagne, ch’egli seppe introdurre in lontanissime piazze europee ed americane. Però si può dire che non siavi stato ramo d’azienda commerciale relativa all’agricoltura, ch’Egli non abbia coltivato, quasi sempre con felice successo. Così s’era Egli creata – colla stima e colla simpatia pel modo serio e corretto di trattare gli affari – una grande popolarità fra i contadini, fra i montanari accorrenti sulla nostra grande piazza Vittorio, i quali parlavano di “Barba.rossa” con affettuosa deferenza e ne consideravano la comparsa (senza la quale non si poteva aprire il mercato) come quella di un amico più che d’uno speculatore, ben sapendo che il Massia fosse sempre equo, ragionevole, nelle offerte, nelle proposte. [1]

C’erano anche i suoi due figli Giovanni e Vittorio Massia che dopo la Sua improvvisa morte continuarono a fondare e gestire filande, a spedire le castagne in America, a determinare il prezzo dei “coquet” (i rocchetti naturali tessuti dai bachi da seta) presentandosi alle sei di ogni venerdì mattina quando la bandiera che veniva esposta in p.zza Vittorio per dare inizio al mercato, attendeva,  per concordia generale, il loro arrivo. Mi piace pensare questo alzabandiera dinanzi allo schieramento pacifico dei cestoni pieni di bozzoli gialli, tanti e tanti da trasformare la grande  piazza in un campo giallo come il sole.

      E oltre ai Massia vi era il geom. Antonio Sartoris, il più votato nelle ultime elezioni, progettista della Cuneo liberty che si stava costruendo in Corso Nizza, quello che aveva realizzato in soli 9 mesi, per conto della Cassa di Risparmio di Cuneo e su suo progetto donato alla Società operaia, il Palazzo delle Istituzioni Popolari, lungi dall’immaginare che negli anni ’30 potesse divenire la Casa del Fascio. Vi era il geom. Amedeo Galliano quello che aveva realizzato in Viale degli Angeli la palazzina con in cima la rotonda e i paffuti angioletti sulla facciata. Vi era il sen. Tancredi Galimberti il fondatore/editore del quotidiano di Cuneo, “la Sentinella delle Alpi”, ed il suo direttore Nicolò Vineis, l’on.le Ministro Marcello Soleri, devoto amico di Giovanni Giolitti.

      Vi era il prof. Eugenio Delfino, primario dell’Ospedale civico S.Croce, allievo del prof. A.Carle, successore nello stesso ospedale di suo padre dott. Pietro Delfino, già vicesindaco della città, esempio del dovere di contribuire all’amministrazione della città che allora la borghesia illuminata sentiva. A tal proposito un borghese illuminato qual era l’avv. Dante Livio Bianco aveva mandato un telegramma di partecipazione perché lontano.  

      Vi era il socialista dott. Serafino Arnaud, “il medico dei poveri”.

      E vi erano anche le donne: la combattiva Angela Ascheri ved. Ramorino, la madre dei fratelli garibaldini Paolo e Giuseppe Ramorino; la colta moglie del sen. Tancredi Galimberti, la sig.ra Alice Schanzer, la sig.ra Tisbe Soleri moglie del Ministro, ed anche la clericale sig.na Rita Massia.

Dinanzi a questo parterre della antica, nobile Cuneo, Cavour parlò da buon politico barcamenandosi tra il bastone e la carota, ma le cose belle che disse erano già nell’Italia che aveva dinanzi a sé: senza nulla chiedere i cuneesi le avevano e le avrebbero fatte. 

      Quando finì tra scroscianti applausi, bevvero tutti il generoso barolo del Conte e lui si appartò in una sala, a giocare a carte.



Tetto de’ Chivalieri, settembre 2010        


[1]  Sentinella delle Alpi di Cuneo (n. 6 martedì  9 gennaio 1906)


 

Racconti fattuali risorgimentali: La contessa di Castiglione, Traviata a Cuneo



Era da più di un mese che la voce girava in città. La compagnia dell’impresario Vittorio Erba avrebbe rappresentato al Teatro Toselli per il giovedì grasso del 1861, l’ultima opera del m° Giuseppe Verdi: La Traviata.

Opera di per sé audace per non dire pruriginosa, ma se poi – come si diceva – la protagonista sarebbe stata Virginia Oldoini Contessa di Castiglione, il fatto aveva tutto l’aspetto di uno scandalo.

 La Contessa – lo sapevano tutti - era stata inviata dal cugino ruffiano Camillo Benso conte di Cavour nel letto di Napoleone III dopo che anche Vittorio Emanuele se l’era spassata con lei, e ciò per indurre l’imperatore, affamato di sesso, ad appoggiare la guerra del Piemonte contro l’Austria.

         Appunto, lo scandalo – come diceva il Vice Sindaco e direttore dell’Ospedale S.Croce, dott. Pietro Delfino – sarebbe successo quando dalle Terme di Valdieri, dove era appena arrivato con la regina Margherita e tutta la Corte, sarebbe venuto alla prima rappresentazione proprio Vittorio Emanuele II, appena proclamato Re d’Italia.

Cosa avrebbero detto le “nostre signore” si preoccupava Delfino. Una “traviata” (oggi si direbbe escort) nella vita e una Traviata in teatro: ma allora il “Toselli” diventerà un “casino”.

Le signore bene di Cuneo si radunavano il martedì pomeriggio nel salotto di madama Tisbe Soleri, la moglie dell’onorevole Marcello. Il salone si affacciava sulla grande piazza Vittorio che diventava tutta gialla quando vi era il grande mercato dei “coquet”, i bozzoli da seta. Anche lì l’argomento del giorno era la rappresentazione della Traviata con quella interprete: che gli uomini siano sporcaccioni, anche i loro mariti, passi. Qualcuna lo sapeva anche per esperienza diretta con il marito dell’amica e poi c’era il “casino” di via Chiusa Pesio, frequentatissimo. Ma che dovessero andare tutte a teatro ad applaudire la “puttana” proprio non andava loro giù!

Ed invece c’erano tutte la sera del 18 Marzo 1861.

      La contessa arrivò puntuale all’Albergo Barra di Ferro, da sola, ma il direttore le aveva assicurato: “A teatro troverà una cameriera addetta solo a Lei. E’ un po’ fantasiosa ma molto pulita e diligente.” 

All’albergo erano già giunti il tenore Francesco Tamagno e il baritono Titta Ruffo. Il direttore che veniva da Torino sempre accompagnato dalla sua mamma: si chiamava Mario Braggio.

Era il massimo che l’impresario Erba potesse offrire a Cuneo.

Sulle rappresentazioni delle opere liriche in provincia bisognerebbe stendere un velo pietoso, ma tenuto conto che allora il teatro lirico e di prosa era l’unica forma di spettacolo, si capisce perché le rappresentazioni fossero così attese e frequentate. Intanto la capienza del teatro Toselli era meno di quella attuale: circa 400 posti tra platea, galleria e loggione, poi una ventina di palchi. Un piccolo teatro che diventava strapieno ad ogni spettacolo.  La c.d. fossa orchestrale poteva contenere, a contatto di gomiti, una quarantina di “professori d’orchestra”. 

Primo violino era il m° Oscar Chiocchio con a spalla la moglie Eulalia, espansiva e bionda. Mi ricordo la viola Giovanni Mosca, e tra i violini l’orologiaio Bottacini, il parrucchiere Fantino, il trombettista Nini Rosso, ed alle percussioni il compositore locale Paolo Tarditi. Gli altri musicisti venivano per l’occasione da Torino come il direttore m° Mario Braggio. Era questo un autentico talento che conosceva a memoria un vasto repertorio  che portava in giro per tutto il Piemonte e riusciva a realizzare con qualsiasi orchestra, con qualsiasi compagnia di cantanti, in qualsiasi teatro grande e piccolo che fosse. E tutto ciò perché teneva in pugno tutto lo spettacolo: vederlo dirigere mi affascinava perché con gli occhi, con le spalle. con le mani, con le dita , con tutto il corpo dava gli attacchi agli strumenti ed ai cantanti, imponeva il ritmo, cantava la melodia, insomma conduceva l’opera come si fa con le marionette sorrette dal filo.

      Io assistevo alle prove seduto nel buio della platea fin dal primo giorno, e mi godevo lo spettacolo della contessa che non sapeva la parte, di Braggio che la rimproverava, e di Tamagno, un omaccione che cantava Alfredo come se fosse Otello.

Quando la contessa giunse a teatro c’era il direttore ad attenderla e vicino a lui una piccola insignificante creatura che le presentò: Carolina Invernizio. Carolina era incantata dalla contessa: non faceva che lodarne la pettinatura che raccoglieva, in una corolla, una massa di lunghi capelli dorati, il vestito di mussola perlacea, quella spilla tempestata di diamanti: “dono dell’Imperatore, vero?”

Carolina fremeva dal desiderio di sapere: nella sua fantasia aveva già collocato la Contessa nella trama di un suo prossimo romanzo. Veramente il titolo che aveva in testa -“Il bacio della morta”– era difficile da accostare alla vitalità della Contessa: 

“Cuntëssa ma cuma l’era Napoleun”

“ ‘N bel’om, nen aut ma bin fait, j’üi neir”.

La Contessa proseguì: “la sala l’era tüta tapisà d’vlu verd e cun tanta lüs”

“Accendiamo l’abatjour?” – a dis Napoleun”

“Cosa l’è l’abatjour” chiede Carolina,

“ün lum stermà”

“Si accomodi sul canapè”

“cosa l’è ‘l canapè”

“ ’l canapè l’è ün let”

“vuole una coppa di champagne”

“cosa ca l’è lo champagne”

“una gasoseta, ma buna, propi buna”

“e pöi, e pöi” 

“’am dis: toccami, toccami lì”

“e chila…”

“l’hai tucalu, ma lera mol, mol”

“e alura”

“l’hai fait cosa l’hai pudu”

“L’dì dop l’ha co mandame le röse, tante röse cun ’n bièt cun scrit: “Viva l’Italia”. L’hai scrivugliu a Cavour e chiel l’era tüt cuntent ma pusava, pusava….[1]

Ed allora, una sera quando a Napo finalmente venne “la resurrezione della carne”, gli dissi: “io do una cosa a te e tu dai una cosa a me.”

E Napoleone III, impaziente, giurò che va bene avrebbe cacciato gli austriaci dalla Lombardia e dal Veneto. Mantenne la promessa e come raccontava il mio amico Riccardo Pazzaglia: “le prestazioni della contessa vennero pagate dal popolo francese con dodicimila morti (battaglia di Solferino – 24 giugno 1859)”.

Dopo l’armistizio di Villafranca la contessa di Castiglione battè in ritirata anche lei.

            Ma era proprio bella quando andò in scena a Cuneo: “una statua di carne” come l’aveva chiamata la Contessa di Metternich non meno invidiosa delle madame cuneesi tutte affacciate dai palchi del Toselli, sfavillante di luci. E nel palco c.d. reale, in realtà normalmente occupato dal Sindaco Carlo Brunet (l’inventore della grande piazza) e dai suoi ospiti, quella sera c’era proprio il Re.

            Re Vittorio era sceso dalle Terme di Valdieri dove andava ogni anno per le sue irrinunciabili battute di caccia,  in carrozza. La strada era piena di buche. Il padrone delle Terme non era ancora l’amico comm. Agostino Bonetto. Re Vittorio l’aveva già sperimentata l’anno scorso e si era lamentato. Appena giunto a Cuneo aveva fatto chiamare l’ing. Angelo Valmaggia, ingegnere capo della Amministrazione Provinciale e glielo aveva detto a brutto muso. L’altro aveva tentato debolmente di difendersi dicendo che dalla carrozza era difficile valutare lo stato delle strade. Al che Vittorio gli aveva risposto: “Lo stato delle strade non si valuta con gli occhi, ma col culo.”

      Sarà per il culo dolorante o per le braghe troppo strette il Re si alzava spesso il piedi nel piccolo palco del Toselli ed i cuneesi convinti che così si facesse a Roma, ogni volta che il Re si alzava si alzavano anche loro. La manfrina andò avanti per un bel po’ di volte e poi incominciò lo spettacolo e nel buio che calò nella sala, Vittorio potè finalmente slacciarsi le braghe.

      Nel palco VIII c’era un signore molto distinto con gli occhialini senza montatura quelli che si mettono sul tavolino delle case destinate ad essere conservate come museo dei proprietari diventati personaggi storici, e tale era destinato a diventare quel distinto signore: era Silvio Pellico.  Non le toglieva gli occhi di dosso anzi con l’aiuto del binoccolo le entrava letteralmente dentro il generoso decolletè. Gliel’aveva detto il cugino Costantino Nigra: c’è un signore che è pazzo di te, guarda nel palco VIII. Lei guardò ed al termine dello spettacolo ai suoi piedi fu portata una corbeille di 50 rose rosse e la platea, già tutta in piedi a battere le mani, uscì in un uhu di meraviglia.

Per il dopo teatro era previsto un ricevimento al “Circolo Sociale” di Via Roma.[2]

Era questo il centro della vita mondana cittadina concepito come un luogo ove gli ufficialetti della guarnigione (e Cuneo per la sua posizione di confine con la Francia era sempre stata città di grossa guarnigione di militari) potessero incontrare le ragazze di buona famiglia: in effetti matrimoni ve ne furono molti ma anche qualche intervento ginecologico. Era uno spettacolo vedere tanta gioventù scintillare sotto lo sguardo compiaciuto dei genitori schierati sui lunghi divani disposti tutti intorno all’ampio salone. Apparivano tutti pudichi ma i pensieri –io lo sapevo – erano quelli dipinti sul soffitto: belle fanciulle dalla poppe nude avvinte da satiri rampanti. Quella sera poi presente il Re galantuomo e rampante, e la “Traviata” Contessa di Castiglione, l’atmosfera era caldissima, appunto in tutti i sensi.

 Si beveva champagne e si ballavano valzer e quadriglie al suono dell’Orchestra del m° Oscar Chioccio e di sua moglie Eulalia rapidamente trasferitisi dalla fossa orchestrale del Toselli alla pedana del Circolo Sociale.

Nella “sala di lettura” c’erano i patrioti meridionali che giunti esuli anche a Cuneo, ora che l’Italia era “una ed indivisibile”, hic manebunt optime. Ma il cuore era ancora là, nella terra dove nascono i limoni, con il ricordo dello sfortunato patriota Carlo Pisacane, quello de’ “La spigolatrice di Sapri”. E ogni volta che veniva recitato il ritornello: “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”, non potevano fare a meno di correre con la destra verso il posto adatto per fare quello scongiuro che in latino maccheronico, chiamavano la “grattazio pallarum”. (Non est pregiudizio sed scongiurazio diceva il mio amico Renato Pazzaglia).

 Quando entrò la Contessa di Castiglione saltarono tutti in piedi: “Viva l’Italia unita”. E lei “Sì sì ma viva anche Napoleone” ed intanto, si sollevava i grandi seni, adesso un po’ a mezz’asta, e si dava pacche sulle cosce e sulle anche opulente, dicendo “anche questa è diplomazia” e qualcuno pensò “grazie mamma!”.

Poi sparì e nell’altra sala finalmente Silvio Pellico incontrò Virginia Oldoini Contessa di Castiglione e cosa successe non si è mai saputo tanto che oggi sono molti a pensare che non sia vero nulla, e Cuneo, come tutte le province d’Italia, le “traviate” le abbia avute più nella vita che sul palcoscenico. 

                                  

Tetto de’ Chivalieri, ottobre 2010  



[1] “Contessa ma come era Napoleone?” – “Un bell’uomo, non alto ma ben fatto, gli occhi neri” “ La sala era tutta tappezzata di velluto verde e con tanta luce – “accediamo l’abatjour?” dice Napoleone  - “cosa è l’abatjour” – “ma una lampada nascosta” – “si accomodi sul canapé” – “ma cosa è il canapé” – “ma un letto” – “Gradisce una coppa di champagne” – “ma cos’è lo champagne” – “ma una gazoseta, ma buona proprio buona” –“e poi, e poi” - “mi dice: toccami, toccami lì” – “e tu”... “l’ho toccato, ma era molle, molle” – “e allora” – “ho fatto quel che potevo” - “il giorno dopo mi ha anche mandato le rose, tante rose e un biglietto con scritto: “Viva l’Italia”. “l’ho scritto a Cavour e lui era tutto contento ma spingeva, spingeva…”.   

[2]  Attuale sede del Conservatorio Musicale “G.F.Ghedini”.